L’intelligenza artificiale conversazionale è ormai parte della nostra quotidianità: la usiamo per studiare, lavorare, chiarirci le idee.
Ma cosa succede quando il rapporto con un chatbot (cioè con un software che simula conversazioni umane) diventa intenso e personale?
Alcuni studi recenti sollevano una questione importante: in persone già vulnerabili, l’uso di ChatGPT può contribuire ad alimentare stati psicotici o paranoici.
Secondo un report interno di OpenAI, circa lo 0,07% degli utenti settimanali mostra nei messaggi segnali compatibili con psicosi o mania. La percentuale è bassa, ma su una base di centinaia di milioni di utenti significa che il fenomeno riguarda molte più persone di quanto sembri.
Di cosa stiamo parlando?
In alcuni casi documentati, l’interazione prolungata con l’IA può rafforzare convinzioni distorte: deliri, idee di persecuzione, sensazioni di “missioni” speciali o rivelazioni personali attribuite al chatbot. Non perché l’IA “crei” la psicosi, ma perché può assecondare e validare contenuti problematici, invece di metterli in discussione.
I chatbot, infatti, sono progettati per essere collaborativi, empatici, adattivi. Tendono a seguire il tono dell’utente, a rispondere in modo coerente con ciò che viene chiesto. In persone fragili, questo può trasformarsi in un effetto amplificante: la macchina sembra confermare pensieri che avrebbero invece bisogno di un confronto umano e professionale.
Proprio per questo OpenAI ha iniziato a intervenire: coinvolgendo esperti di salute mentale, aggiornando i modelli e migliorando le risposte nei contesti sensibili. L’obiettivo è ridurre il rischio che l’IA rafforzi convinzioni dannose o si presenti come un’autorità emotiva.
Il punto centrale, però, resta uno: ChatGPT non è un terapeuta. Può essere uno strumento utile, ma non può sostituire relazioni reali, supporto psicologico o cure adeguate.
Parlare di questi limiti non significa demonizzare la tecnologia, ma usarla con maggiore consapevolezza. Perché quando si parla di salute mentale, dobbiamo capire che fidarsi di un chatbot può diventare uno degli errori più pericolosi della nostra epoca digitale.



