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Una sentenza storica emessa dal Tribunale di Los Angeles ha squarciato il velo di neutralità che Meta e Google hanno sempre rivendicato.
I giganti tech sono stati ritenuti colpevoli di aver progettato Instagram e YouTube con l’obiettivo deliberato di creare dipendenza.
Non si parla più di semplice “uso eccessivo”, ma di veri e propri difetti di progettazione pensati per agganciare l’attenzione, rendendo il cervello umano schiavo di un meccanismo simile a quello del gioco d’azzardo o del tabagismo.
Il caso, che ha portato a un risarcimento milionario, riguarda una giovane utente che, esposta a YouTube fin dai 6 anni e a Instagram dai 9, ha sviluppato gravi patologie legate all’ansia e alla depressione.
La decisione della giuria californiana segna un punto di non ritorno: per la prima volta, la responsabilità del danno non ricade sulla “fragilità” dell’individuo, ma sulla struttura stessa della piattaforma.
Lo “scorrimento infinito” (infinite scroll) e la selezione algoritmica dei contenuti sono stati riconosciuti come strumenti di ingegneria comportamentale volti a massimizzare il tempo di permanenza online a scapito della salute mentale.
Il confine tra intrattenimento digitale e manipolazione psicologica non è mai stato così sottile.
Nel contesto del mercato globale, questa sentenza ribalta il paradigma dell’utente come libero fruitore. Se il sistema è progettato per alterare la capacità di scelta, il concetto di “libertà digitale” diventa un’illusione creata dal marketing.
Mentre le Big Tech si difendono invocando la libertà di espressione, la legge inizia a trattare i social per quello che sono diventati: prodotti industriali che, se difettosi o pericolosi, devono rispondere dei danni causati.
Questa vittoria legale apre la strada a migliaia di cause simili in tutto il mondo, mettendo in discussione il modello di business basato sull’economia dell’attenzione.
Forse è l’inizio di una nuova consapevolezza, dove la tecnologia torna a essere uno strumento e smette di essere una prigione invisibile.

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