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Lo scorso maggio è scomparso Edgar Morin, filosofo e sociologo francese che ha attraversato oltre un secolo di storia senza mai smettere di interrogarsi sul mondo.
Aveva 104 anni e, fino agli ultimi mesi della sua vita, continuava a scrivere, intervenire nel dibattito pubblico e interrogarsi sul presente.
Tra le molte idee che ci lascia, ce n’è una che oggi appare quasi controcorrente: la convinzione che il mondo non possa essere ridotto a un’unica spiegazione.
Morin ha dedicato decenni della sua vita a elaborare quello che chiamava “pensiero complesso”. Un’espressione spesso fraintesa, perché non indica un gusto per l’astrazione o per i ragionamenti complicati ma, al contrario, nasce dalla convinzione che la realtà sia fatta di intrecci, contraddizioni ed effetti inattesi che non possono essere separati senza perdere qualcosa di essenziale.
Per questo Morin invitava a diffidare delle visioni troppo nette.
Sapeva che il progresso tecnologico può produrre nuove forme di dipendenza, che una scelta politica può generare conseguenze opposte a quelle desiderate, che ordine e disordine, libertà e controllo, individuo e società non sono realtà separate ma dimensioni che convivono continuamente.
La sua critica non è rivolta alla semplicità, bensì a ciò che definisce una mutilazione del reale: la tendenza a eliminare tutto ciò che disturba le nostre convinzioni, tutto ciò che rende il mondo meno rassicurante e più difficile da catalogare.
Oggi, in un’epoca dominata da slogan, algoritmi e opinioni immediate, il pensiero di Morin ci ricorda qualcosa che preferiamo spesso dimenticare: comprendere il mondo significa accettare che sia più complicato e interconnesso di come ci piacerebbe raccontarlo.
Forse la sua eredità più preziosa sta proprio nell’invito a resistere alla tentazione delle risposte facili e a conservare la pazienza e il coraggio necessari per confrontarsi con la complessità.

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