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Di recente, la cronaca ci ha consegnato l’ennesima, straziante tragedia: un’auto con nove giovanissimi a bordo finita in un canale, tre minorenni morti, il conducente arrestato perché positivo all’alcol test.
Anche questa volta la reazione collettiva è stata d’impulso: la caccia al mostro, l’indignazione digitale, l’invocazione di pene esemplari.
È un meccanismo comprensibile: avere un responsabile a cui attribuire una colpa precisa aiuta a tracciare una linea netta tra “noi” e “loro”.
Ma se provassimo ad allargare lo sguardo, scopriremmo che queste tragedie non nascono quasi mai dal nulla.
Nove ragazzi stipati in una vettura non raccontano solo un’infrazione del codice della strada; sono, forse, anche il ritratto di una generazione che cerca di fare gruppo per non sentirsi sola.
Viviamo in un’epoca che chiede a tutti, compresi i giovanissimi, di essere sempre all’altezza, vincenti, interessanti, performanti.
Eppure, oltre agli schermi, i luoghi in cui potersi incontrare davvero – quei “terzi luoghi” che per le generazioni precedenti rappresentavano un punto di riferimento – sono sempre più rari.
In questo vuoto, la noia e il bisogno di appartenenza si trasformano spesso in rituali di rischio collettivo, dove l’alcol diventa l’anestetico per sentirsi adeguati e spegnere l’ansia del futuro o l’insicurezza del presente.
Punire chi ha commesso un reato è un atto di giustizia. Ma interrogarci su cosa stiamo offrendo ai ragazzi prima che accada una tragedia è un atto di responsabilità etica.
Perché una società sana non si misura soltanto dalla severità delle pene, ma anche dalla capacità di costruire alternative, luoghi e comunità in cui la fragilità possa trovare ascolto prima di trasformarsi in un rischio.
Finché misureremo il benessere dei giovani da episodi isolati, continueremo a lasciarli soli nei loro momenti di vulnerabilità più estrema.

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