Quando pensiamo a un terremoto immaginiamo, in un certo senso, una tragedia “democratica”: un evento cieco che colpisce tutti allo stesso modo.
Ma la realtà, purtroppo, è molto più cinica.
Le scosse che hanno colpito il Venezuela lo scorso mese ci ricordano una verità scomoda: se la catastrofe naturale è uguale per tutti, le sue conseguenze sociali seguono le linee invisibili della povertà, dell’emarginazione e dell’abbandono.
C’è chi perde una casa ma ha le risorse per ricostruirla, o una rete familiare solida su cui contare.
E c’è chi era invisibile e fragile già prima del sisma: anziani rimasti soli perché i figli sono emigrati a causa della crisi, persone con disabilità senza assistenza, famiglie che vivevano in condizioni di estrema precarietà.
Per questo, le emergenze non creano quasi mai nuove disuguaglianze. Si limitano a squarciare il velo, a metterle brutalmente a nudo davanti a tutti.
Per qualche giorno quelle vite occupano le prime pagine dei giornali. Poi l’attenzione si sposta altrove e quelle stesse persone tornano a essere invisibili, esattamente come lo erano prima della scossa.
Il vero problema sorge quando i riflettori si spengono e l’attenzione cala: chi si trovava sul fondo della scala sociale continua, quasi sempre, a sprofondare ancora di più, lontano dagli hashtag e dalla compassione digitale.
Se vogliamo che la solidarietà sia un atto politico e non una reazione destinata a esaurirsi con i titoli dei giornali, dobbiamo smettere di guardare solo il picco dell’emergenza.
Dobbiamo imparare a prenderci cura delle fragilità strutturali delle comunità, soprattutto quando la terra smette di tremare e la notizia non fa più rumore.



