Lo scorso mese, in provincia di Savona, una ragazza di 22 anni è morta in un incidente stradale. Mentre lei e l’amica erano a terra e i soccorritori intervenivano, un ragazzo a bordo dell’auto coinvolta ha girato un video in cui ridacchiava e delirava.
Le immagini, finite sui social, hanno scatenato una tempesta digitale: indignazione, insulti e minacce di morte.
Sarebbe però riduttivo fermarsi qui, etichettando il colpevole come mostro e pensando che il problema riguardi soltanto lui.
La domanda scomoda che dovremmo porci è un’altra: quando è diventato normale, davanti a una tragedia, pensare prima di tutto a filmarla?
Da anni assistiamo a risse, incidenti e aggressioni attraverso uno smartphone.
A volte quelle immagini servono a denunciare un abuso, ma spesso il telefono trasforma la realtà in qualcosa da guardare prima ancora che da comprendere.
Viviamo in un’epoca in cui ogni esperienza diventa contenuto: registriamo i concerti invece di ascoltarli, fotografiamo i viaggi invece di viverli, documentiamo i momenti felici mentre stanno accadendo.
Non sorprende quindi che questa ossessione si insinui anche nei luoghi del dolore.
Ma una società che percepisce persino la tragedia più dolorosa come qualcosa che può essere mostrato è una società che ha smesso di essere collegata alla realtà.
Il gesto resta, ovviamente, responsabilità del ragazzo, ma non nasce nel vuoto.
Se a 19 anni la morte di una persona può diventare un contenuto da condividere ridendo, andrebbe interrogata la famiglia, la scuola e più in generale la società in cui questo giovane è cresciuto.
Per questo la decisione dei genitori di cacciarlo di casa in modo plateale lascia inquieti: condannarlo non cancella la responsabilità di chi avrebbe dovuto insegnargli a guardare la realtà senza uno schermo, a essere leale verso gli altri e se stesso.



