Di recente, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato…

Mondo Pop: Di recente, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato…
Di recente, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la gestione del caso di Audrey Ubeda, vittima di violenza domestica.
La donna aveva denunciato l’ex compagno per minacce e abusi. In un episodio lui le aveva puntato un coltello alla gola; eppure, nella richiesta di archiviazione, il pubblico ministero definì quel gesto “uno scherzo di cattivo gusto”.
Quanto alle accuse di violenza sessuale, sostenne che fosse normale per un uomo dover superare “un po’ di resistenza” da parte di una donna.
La richiesta di archiviazione è stata respinta, l’ex compagno è stato condannato e la Corte europea ha giudicato quelle motivazioni sessiste.
Ma fermarsi all’indignazione per le singole frasi rischia di farci perdere di vista il problema strutturale.
Siamo abituati a pensare ai pregiudizi come a opinioni private, espresse al bar, sui social o durante una conversazione tra amici.
Quando però entrano nelle istituzioni cambiano natura: diventano criteri di giudizio.
In un tribunale possono infatti stabilire quale testimonianza appaia credibile e quale esagerata, chi meriti tutela e chi debba ancora dimostrare di essere una vittima.
Possono trasformare un coltello puntato alla gola in uno scherzo e l’assenza di consenso in una resistenza che un uomo sarebbe autorizzato a superare.
Le istituzioni non esistono al di fuori della società: sono composte da persone cresciute dentro la nostra stessa cultura, esposte agli stessi stereotipi.
Per questo non bastano leggi giuste sulla carta. Tra il codice penale e la vita di una persona c’è sempre qualcuno che ascolta, interpreta e valuta i fatti.
Ed è proprio in quello spazio che un preconcetto – figlio di un certo retaggio culturale – smette di essere un’opinione e diventa esercizio di potere.
Ma cosa accade alla vita delle persone quando un pregiudizio diventa una sentenza?

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