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A tutti, almeno una volta, è capitato di pensare dopo un viaggio di disagi e scocciature: “Che odissea!”.
Si tratta di una serie di eventi sfortunati che non si mettono in conto prima di partire.
Per le persone con disabilità, invece, la “possibile sfortuna” di un viaggio che si trasforma in odissea è troppo spesso una triste realtà.
Ricorderete sicuramente quanto accaduto a Genova lo scorso aprile a ventisette ragazzi disabili, di ritorno a Milano con un treno regionale, che hanno visto la carrozza a loro riservata interamente occupata da turisti che, nonostante le insistenze del capotreno e di tre agenti della Polizia Ferroviaria, si sono rifiutati di lasciare il posto a chi ne aveva diritto.
Trenitalia ha dovuto predisporre un pullman per i ventisette ragazzi, mentre il treno, con il suo carico di cafoni, è ripartito alla volta di Milano.
Ignoranza e discriminazione, le stesse che si sono abbattute sulla coppia di genitori di un adolescente disabile in India: il personale della compagnia aerea, vedendo il giovane visibilmente turbato all’idea di volare – come accade a milioni di persone – ha chiesto ai genitori di calmarlo e farlo “tornare normale” altrimenti non lo avrebbero fatto salire sull’aereo.
Si tratta di casi eclatanti, forse, ma di certo la quotidianità per chi è disabile non è affatto semplice.
L’Italia è disseminata di strutture inadeguate, obsolete, o non predisposte per permettere a chiunque di viaggiare con i mezzi pubblici, per non parlare delle barriere architettoniche che, quasi sempre, sono un ostacolo insormontabile per chi utilizza una sedia a rotelle.
Si parla spesso di “inclusività”, ma una società non può dirsi inclusiva se qualcuno deve subire più disagi rispetto agli altri, se il diritto a poter uscire liberamente di casa viene implicitamente negato.
Saremmo davvero inclusivi se l’unico disagio di due viaggiatori, uno normodotato e l’altro diversamente abile, fosse solo il proverbiale ritardo dei treni.

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