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C’è sempre da trovare una punta di beneficio anche nel disastro, se non altro allo scopo di non sprecare nessuna opportunità per migliorarci. Non tutto il male vien per nuocere, ci avvisa l’antico adagio.

L’occasione per darsi una certa ridimensionata potrebbe essere colta da tutti quanti, ora che ci vediamo investiti dall’allerta sociale del Coronavirus e dalla psicosi collettiva che ne è conseguita.

Innanzitutto, la malattia non proviene da dove il folto numero di Cassandre xenofobe paventavano: non ce l’ha portata l’immigrazione africana – come largamente previsto da quegli opinionisti che riempiono il palinsesto di Rete4 -. Non arriva da sperduti villaggi deindustrializzati dell’Africa subsahariana. Nasce in luoghi in cui l’Occidente ha delocalizzato gran parte della propria produzione, per abbattere i costi a spese di una manovalanza locale sottopagata. Ci ha raggiunti in business-class, grazie ai molti imprenditori italiani che hanno barattato la fabbrichetta in Brianza con l’industria popolare cinese e che fanno su e giù tra il paese d’origine e quello in cui hanno investito.

Gli strenui detrattori dello stato delle cose (che piaccia loro o meno, ormai irreversibile) avranno buon gioco nell’imputarne la diffusione a un mondo ormai globalizzato, in cui ci vuole niente perché se un cinese starnutisce a Wuhan, si prenda l’influenza il pizzicagnolo di Codogno. Una visione delle cose che sembra voler riecheggiare la teoria caosologica degli anni ’80 sul battito d’ali di una farfalla nella foresta amazzonica che provoca un uragano in Texas. Purtroppo per sovranisti e affini le cose non stanno propriamente così. Ben peggiori epidemie si sono sparse nei secoli scorsi, tra la Grecia e Venezia, tra l’Africa e Atene, tra il Nuovo Mondo e la Spagna o la Francia, mietendo sino a un terzo della popolazione del tempo. Bastava un brigantino e qualche settimana di navigazione perché l’agente patogeno letale giungesse a destinazione. Il problema allora era semmai il contrario: per mancanza di collegamenti informativi rapidi tra un posto e l’altro, il morbo si spargeva rapidamente, senza che le eventuali cure venissero comunicate con altrettanta tempestività tra una nazione e l’altra.

In secondo luogo, la paura (che sia spesso ingiustificata non importa), come le restrizioni imposte dalla profilassi ministeriale (che appaia a sua volta iperprotettiva è un altro discorso) dovrebbero aiutare a sentirci più simili a coloro che disprezziamo con tanta gratuità. Confini chiusi per non permetterci di espatriare, turisti lombardi insultati a Ischia e in Sicilia come untori manzoniani, italiani bloccati alle frontiere, connazionali messi in quarantena preventiva, navi da crociera con bandiera tricolore lasciate in mezzo al mare, senza che venga concesso loro il porto d’approdo, villeggiatori rinchiusi in un albergo alassino che rifiutano il cibo e lo gettano dalla finestra, proprio come il comportamento una certa propaganda leghista attribuiva ai migranti ospitati nei centri di accoglienza. È quello che i dantisti chiamano “contrappasso”.

Ci vuole poco a diventare gli ospiti indesiderati di qualcun altro.

Forse sarà di un qualche giovamento calarci per un po’ nei panni dei poveracci che amiamo dileggiare (che è poi come tornare ai destini di quei nostri remoti antenati che cercavano fortuna all’estero, malaccetti e maltrattati), saggiare ogni tanto la precarietà della nostra condizione privilegiata, capire che non per forza le cose debbano sempre mantenersi tali e quali, come invece noi diamo troppo per scontato, che basta poco perché la situazione cambi e ci si ritrovi nel medesimo stato di inferiorità in cui fino a poco prima versava quello che guardavamo come un fastidioso invasore.

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