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“Dopo che loro tre si erano spicciati a far perdere le tracce, Carmela l’hanno trovata sulla banchina, appoggiata a un muro. Stava sotto choc. Presentava ecchimosi, segni di violenza, sangue raggrumato, piccole ferite già in via di guarigione intorno alle labbra.
Teneva due occhi grandi così, gli occhi di quella a cui il mondo è appena crollato addosso. Non si reggeva in piedi. Il vestitino che indossava era strappato, il vestitino lilla che s’era accattata dai cinesi, che la faceva tanto bellina.
Si teneva la pancia, piegata in due, come a ridere sguaiatamente, ma invece si lamentava. Neanche piangeva, emetteva un gemito tenue tenue, ma continuo, di chi non trova le parole, non sa manco più parlare, solo a pigolare è capace.
Tutta una farsa, Signor Giudice. È una di quelle che prima la fa grossa e subito dopo la nasconde. Che poi dice che mica la colpa è sua, è sempre degli altri.”
Come si sarà capito dal breve stralcio, Carmela è vittima di uno stupro di gruppo, quello che un tempo le cronache chiamavano “branco”, nella maggior parte dei casi composto da ragazzi qualunque, resi audaci e scellerati dalla forza spersonalizzante della collettività.
Nel racconto vediamo i parenti angosciati più dalla carcerazione dei loro congiunti che dal reato commesso.
Affinché il carnefice possa essere giustificato, il carico della colpa passa sulla vittima, che viene inevitabilmente marchiata come ragazza “di facili costumi”. È lei che li ha provocati, è lei la vera colpevole. Una mentalità comune a molti.
Trovate il racconto in “I confini del male” di P.G. Daniel, pubblicato da Pop Edizioni. Per dare voce a tutte quelle vittime che nessuno ha ascoltato.

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