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A volte non ci rendiamo conto che a pochi chilometri da noi esistono realtà che sembrano appartenere a luoghi e tempi lontanissimi.
A cominciare dalle condizioni di vita di persone che tentano di conservare la loro dignità nonostante la miseria o la guerra, per finire ai diritti personali e civili quasi totalmente assenti, soprattutto quando si parla di donne, costrette a seguire i comandi di padri, fratelli o mariti e a subire le continue vessazioni di un’intera società: infibulazione, ripudio, segregazione domiciliare, matrimoni combinati, obbedienza cieca.
“La mia patria sono io” è un libro in cui vengono raccontate le storie di nove donne nell’Egitto dei nostri giorni, raccolte dalla scrittrice italo-egiziana J.H. Yasmin.
Vite realmente vissute, donne che finalmente trovano il coraggio di abbattere il muro del silenzio e spiegare la loro verità.
Tra queste c’è la storia della bella Souad e del suo amore impossibile per Marwan.
Lei è “un’abid”, appartiene cioè a un’etnia di pelle scura e dai capelli crespi, i cui componenti si sposano solo tra di loro, con matrimoni combinati dai genitori.
Ma Souad non voleva accettare la sua condizione.
“Anche se questa era la tradizione, Souad provava in ogni modo a eluderla perché lei non voleva sposare nessun cugino, vicino o lontano: il suo cuore aveva già scelto.”
Lei amava, ricambiata, un giovane uomo chiaro di pelle. Entrambi conoscevano gli impedimenti a quel loro sentimento, infatti lo coltivavano in segreto.
E l’amore, quando è sincero, induce chiunque a credere di possedere un’arma invincibile, una forza interiore che potrà aggirare qualunque divieto e qualunque tradizione inumana e retrograda.
Ma nel volume “La mia patria sono io” non ci sono fiabe e non ci sono eroi.
E non ci sarà nessun lieto fine per i protagonisti di questi splendidi racconti, resi indimenticabili dalla ferrea volontà di queste donne di poter dire a voce alta la verità, nella speranza che la loro vita non si perda inutilmente nel ricordo: qualcuno leggerà la mia storia, qualcuno comincerà a capire.
Perché non può essere il sacrificio di una donna a cambiare le più oscure tradizioni, ma spetta all’opinione pubblica: a ognuno di noi.

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