“E smetti di piangere. Sii più forte. Tagliarsi non è una cosa brutta, i tagli purificano il corpo. Lasciano uscire l’umore nero e ci liberano. Perciò devi imparare a tagliarti, Gioia. Devi farlo ogni giorno. Non puoi tenere l’umore nero dentro di te. Saresti gonfia e sporca. Tu sai che cos’è l’umore nero, vero?”
Secondo la medicina ippocratica nel corpo umano esistono quattro fluidi, o umori, che hanno un’influenza diretta sulla salute di una persona: atrabile, flegma, bile e sangue.
Ed è proprio il sangue che lega Gioia a suo zio, un uomo oscuro, cultore di rituali autolesionisti che imporrà con violenza alla nipotina di appena sette anni.
Lilia Scandurra, nel suo romanzo d’esordio “Il sangue non fa rumore”, racconta la storia di Gioia, affidata alle cure di suo zio dopo la morte tragica dei genitori.
“Cura”, però, non è affatto il termine adatto per descrivere quello a cui l’uomo condanna la nipote per anni: da bambina spensierata e allegra, la trasforma inevitabilmente in una ragazza triste, sofferente, indecifrabile agli occhi del mondo esterno, in un paese che non si interroga su quel che accade in quella casa.
Gioia però riesce a fuggire da lì, per cominciare una vita diversa, lontana dalla crudeltà che ha conosciuto così presto. Cambia nome – si fa chiamare Nia –, studia per diventare infermiera, scopre nuove amicizie.
Però si sa, non importa quanto lontano si vada, le ferite non curate continueranno a sanguinare. È per questo che Gioia non riesce a vivere una vita serena, come i suoi coetanei. E anzi, pur essendo lontana dalle violenze dello zio, continua a rispettarne ogni orribile regola.
Dopo alcuni anni, una grave malattia colpisce suo zio e riporta Nia a casa, in veste di infermiera e unica parente.
Ora il passato irrompe con violenza nel presente, questa volta, però, a ruoli invertiti.
Cosa succederà tra le mura di quella casa tanto odiata?
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