Alchimisti, sciamani, divinità.
Il corpo e il suo smembramento è un tema atavico e ancestrale.
Ed è alle più antiche suggestioni che si rivolge Roberta Margiotta nella sua raccolta di poesie “Ero feroce in sogno”, come una sacerdotessa sul precipizio di un rituale.
“Liberami dalla struggente
oppressione che vibra fino alle viscere
del mio perenne turbamento di incompresa,
liberami dalla persecuzione dei sensi e dalla maledetta
benedetta resistenza che il mio corpo oppone
alla morte, come un bambino
che attaccato al seno della madre
ne succhia la carne.
Voglio essere morsa dal serpente del peccato
e rinascere dove io mi possa sentire innocente.”
Liberarsi del corpo, rinascere: è questo a cui tende tutta la poetica dell’autrice, rivendicando la forza totalizzante della propria individualità e dell’intimità che si crea tra sofferenza e trasformazione.
In questo suo percorso di autodeterminazione, la poeta non si arrende a facili spiegazioni nei confronti del suo bisogno di rinascita:
“Allora, io, mi chiedo: esisto?
Percepisco il mio corpo come un estraneo ed estremo limite alla vita.
Scorre la penna
formando anch’essa pensieri esistenti
che prima lo erano solo per l’individuo che penso di essere
e ora diventano prova di stravagante ricerca di molteplici
spesso
incomprensibili spiegazioni
di come un’anima possa concretizzarsi
senza perdere quel fascino che solo l’inspiegabile e dolce essere ineffabile può destare”.
Un po’ come la luna, che nel suo ciclo perde progressivamente forma per riacquistarla, un po’ Peter Gabriel quando canta che il suo corpo è una gabbia, appesantito dal senso di colpa nell’oscurità di un urlo che non trova risposta, Roberta Margiotta rinasce dalle sue stesse vestigia di donna-bambina.
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