“Era la prima volta che mi legavano a un letto, ed è sconvolgente essere legati: farebbe impazzire chiunque.
È una tortura progressiva: più ti ribelli e ti agiti, maggiore diventa il sopruso e inaccettabile l’ingiustizia. Più aumenta la pressione delle cinghie più ti sembra che le tue ossa si stiano comprimendo fino a schiacciarsi.”
Il brano che avete letto è tratto da “Io sono bipolare”, il primo romanzo di Paolo Bogliacino, che nel 2011 ha ricevuto la diagnosi di sindrome bipolare di tipo I, causa di un lungo percorso di sofferenza, ricoveri psichiatrici e tre TSO.
Un resoconto appassionante, doloroso e anche divertente che Bogliacino dà della sua vita, rigorosamente scandita in cicli di sette anni seguendo le teorie dell’antroposofia.
E così, di settennio in settennio, seguiamo l’autore nelle fasi alternate della sua malattia: le salite inarrestabili delle fasi maniacali, che si inerpicano nella mente fino a diventare delirio, per culminare nel sopore forzato dei ricoveri psichiatrici.
Una domanda prende forma pagina dopo pagina, ed è l’autore stesso a formularla sin dall’inizio del racconto: “Se non sia possibile con la lente della follia, per quanto deformata, avere uno sguardo sul reale che la ragione non è in grado di cogliere”.
La lente della follia, come scrive Bogliacino, è una lente sul reale che dà esiti diversi e riflette la realtà deformandola. E forse la malattia mentale non è altro che una finestra differente da spalancare sullo stesso paesaggio.
“Io sono bipolare” è il coraggioso racconto di una patologia che costringe a fare i conti con un’esistenza alternata tra fasi di up e fasi di down, in cui prima ci si sente “come un ciliegio rosso di frutti e prodigo di fiori” e poi ci si ritrova “in un inaspettato inverno, spoglio della sua ultima foglia”.
“Io sono bipolare” affronta gli spazi che si creano tra la paura e la solitudine, tra l’anomalia e l’entusiasmo, senza tentare di restituire un quadro unitario perché si può vivere in equilibrio pur non trovando il bandolo della matassa.
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