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C’è un momento, in certi libri, in cui ti accorgi che stai trattenendo il respiro. Non perché stia per accadere qualcosa di clamoroso, ma perché qualcosa di minimo – una frase, un rumore, un gesto – ti ha colpito in un punto scoperto.
Il romanzo “Il sangue non fa rumore” lavora proprio lì: nello spazio in cui il trauma non esplode, ma resta, si accumula, si fa presenza.
La protagonista torna nel paese d’infanzia, nella casa in cui è cresciuta, per occuparsi dello zio malato. Quel ritorno riapre dei territori che non sono mai stati davvero chiusi: la memoria, il corpo, la paura.
La casa diventa un organismo vivo, pieno di scricchiolii, di presenze, di suoni impercettibili. È lì che il passato ricomincia a parlare, attraverso un rumore continuo e ostinato, come un battito che non si riesce più a ignorare.
Lilia Scandurra racconta l’abuso, la solitudine, il trauma senza ricorrere a facili stratagemmi. La sua scrittura procede per sottrazione, per immagini minime, per dettagli che restano addosso. Ogni scena è costruita con una precisione quasi musicale: la paura non esplode, si deposita. Il dolore non diventa spettacolo, resta esperienza.
La presenza del tarassaco che attraversa il libro è una chiave potente: delicato, esile, riesce a crescere ovunque. Anche la protagonista è fatta di questa fragilità resiliente: calpestata, spezzata, eppure capace di raddrizzarsi. Non per eroismo, ma per necessità vitale.
Scandurra, nata a Pescara nel 1988, proviene dalla musica: “Il sangue non fa rumore” è il suo esordio narrativo, e questa origine sonora si sente nella cura del ritmo, nel modo in cui il testo respira, trattiene, rilascia.
È una storia che parla a chi ha conosciuto il silenzio come forma di difesa. A chi sa che alcune ferite sono invisibili, ma continuano a vivere dentro di noi. E che proprio da lì può nascere, lentamente, un’altra possibilità di essere.
Potete acquistare “Il sangue non fa rumore” sul sito di Pop Edizioni, in offerta a 12 euro! Preferite il digitale? La versione e-book costa solo 4,50 euro.

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