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“Il cane di quartiere non è nostro, proprio come non sono nostri gli amici o le persone che incrociamo per strada, e quando si avvicina e offre la sua compagnia ci mostra la differenza sostanziale tra convivenza libera e convivenza fondata sulla dipendenza e sul dominio.”
Siamo abituati a pensare che un cane debba avere un padrone, una casa, uno spazio preciso in cui stare. È un’idea così radicata da sembrarci naturale.
Nel libro “E il cane incontrò il quartiere – Dal Sud una nuova idea di convivenza” si parte proprio da questa convinzione per metterla in discussione e proporre un modo diverso di coesistenza, in cui il cane di quartiere non è un problema da gestire ma una presenza riconosciuta dalla collettività: vive nello spazio comune, costruisce relazioni ed è sostenuto da una comunità che se ne prende cura e lo tutela senza trasformarlo in proprietà.
Purtroppo, da alcuni decenni il cane rientra in un immaginario preciso: quello che Troglodita Tribe definisce cane “fefe”, un neologismo che unisce “felice” e “fedele” e descrive un animale perfettamente aderente alle nostre aspettative.
Un cane che ha un nome, un padrone e un guinzaglio, che mangia cibo industriale, occupa uno spazio stabilito e offre affetto costante. Un modello che nel tempo è stato rafforzato anche da letteratura e cinema, fino a diventare uno standard: un peluche vivente da trattare come un bimbo a quattro zampe.
Il cane di quartiere, invece, non è una merce che si può vendere e comprare o un randagio da rinchiudere in un canile, ma un individuo libero, dotato di diritti, che sceglie come e con chi vivere.
Per saperne di più su questa pratica che arriva dal Sud, potete acquistare “E il cane incontrò il quartiere” sul sito di Pop Edizioni, in offerta a 10 euro! Preferite il digitale? La versione e-book costa solo 4,50 euro.
E se siete cinofili di razza non perdete il libro gemello “È tempo di mordere”, su quel che accade quando i cani si ribellano agli umani.

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