“È facile da dire, e io l’ho detto e l’ho pensato. Ero matto. Ero matto, tutto qui. L’ho creduto profondamente e lo credo tuttora, ma un dubbio, un tarlo rimane: se non sia possibile con la lente della follia, per quanto deformata, avere uno sguardo sul reale che la ragione non è in grado di cogliere.”
Il brano che avete letto è tratto da “Io sono bipolare” di Paolo Bogliacino. E quando la scrittura si misura con esperienze dirette di sofferenza o malattia, il rischio è quasi inevitabile: le parole difficilmente riescono a restituirne la complessità e finiscono per semplificare una realtà che sfugge a ogni definizione.
Paolo Bogliacino si muove nella direzione opposta, utilizzando una lingua insieme avvolgente e chirurgica, capace di restituire le sfumature del bipolarismo.
Pagina dopo pagina, affiora la tensione tra una consapevolezza lucidissima della malattia, della sua forza deformante, e un dubbio più ostinato: che proprio dentro quella deformazione possa aprirsi uno sguardo diverso sul reale.
Bogliacino racconta il bipolarismo dall’interno, dando voce a un disturbo con cui ha imparato a convivere nel corso degli anni attraversando deliri, ricoveri, TSO, fasi maniacali e depressive.
Ciò che sorprende nel romanzo è il lavoro della coscienza, che tenta di ricomporre questi passaggi: il disturbo emerge come un eccesso di pensiero, un proliferare di connessioni e illuminazioni che, a un certo punto, diventano insostenibili.
Al centro resta il tentativo di tornare su ciò che è accaduto, di comprenderlo senza chiuderlo in una spiegazione definitiva, offrendo una testimonianza di rara intensità, capace di raccontare il disagio senza mitizzarlo né semplificarlo, tenendo insieme fragilità, lucidità, vergogna e desiderio di comprensione.
“Io sono bipolare” è un libro che non cerca indulgenza e non offre scorciatoie, ma invita ad accettare che l’essere umano non è mai riducibile a una diagnosi e che raccontarsi significa anche trovare un modo per restare vivi dentro quel che risucchia e travolge.
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