Quanti oggetti conserviamo senza una vera ragione?
Apriamo un cassetto e troviamo un cellulare che non si accende più, un bottone, un vecchio biglietto del cinema.
Li spostiamo da una scatola all’altra, promettendoci ogni volta che decideremo cosa farne.
Eppure restano lì.
È da questa domanda apparentemente banale che nasce “Campionario pazzo di chi accumula cose”, firmato Troglodita Tribe.
Tra le pagine del libro si susseguono collezionisti di tazzine e sottobicchieri rubati ai bar, accendini e pacchetti di sigarette mai aperti, pagine strappate dai libri e persino delusioni e rifiuti. Quarantasei racconti che, con ironia e gusto del paradosso, sembrano raccogliere ritratti di accumulatori seriali.
In realtà, costruiscono un catalogo molto più ampio: quello delle infinite e imprevedibili forme delle esistenze umane.
Ogni oggetto custodito diventa una traccia: di un ricordo, di una speranza, di un rimpianto o della difficoltà di accettare che qualcosa sia finito.
Troglodita Tribe osserva gli accumulatori con curiosità e comprensione, suggerendo che, in fondo, tutti noi abbiamo almeno un oggetto che conserviamo più per ciò che rappresenta che per la sua utilità.
Come scrivono gli autori, “quella degli accumulatori compulsivi non è soltanto una malattia”, bensì la storia di un’umanità “che si perde nelle cose, che è consapevole di annegare nelle cose e cerca, quindi, di ricavarne piacere e consolazione”.
Ed è forse questo l’aspetto più interessante del libro.
Più prova a catalogare l’umanità, più dimostra quanto sia impossibile farlo davvero.
Ogni racconto sfugge alla categoria precedente e così, il campionario, anziché mettere ordine, restituisce tutta la ricchezza, le contraddizioni e la sorprendente complessità dell’essere umano.
Forse i libri servono anche a ricordarci che la realtà è sempre più vasta delle classificazioni con cui proviamo a contenerla.
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