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«Hanno cominciato tanto tempo fa, quando lo vedevano in giro. Hanno cominciato in uno o due, poi, vedendo che rimanevano impuniti, ha finito per imitarli una dozzina di ragazzini. Sgambetti, parolacce, gomitate.
A un certo punto hanno cominciato a fargli le imboscate. Hanno capito i suoi orari, a che ora andava a fare la spesa, le ore in cui lo si vedeva in giro in centro. Lo andavano a cercare apposta per divertircisi un po’.
Poi non si sono più accontentati di prendersela con lui solo quando lo incontravano per strada. Si sono informati. Hanno capito dove abita. Hanno cominciato ad andare direttamente lì, in periferia, a tarda sera, quando e dove possono fargli ciò che vogliono, liberamente.
Sono ragazzi normali, come scriveranno in seguito i giornali. Frequentano il liceo nel vicino capoluogo, sono figli di piccoli commercianti, di impiegati, di gente qualunque.
Con lui danno libero sfogo alle loro fantasie. Fanno a gara a chi la fa più grossa.»
Il brano che avete appena letto è tratto dal racconto “Calogero”, che trovate nella raccolta “I confini del male”, pubblicata da Pop Edizioni.
Si rifà a una storia vera, di qualche tempo fa, di un uomo di una certa età vessato da una nutrita banda di ragazzini del suo paese. È un tema ricorrente, che contende le pagine di cronaca ai resoconti quotidiani dei femminicidi. Si parla in sostanza dei casi di bullismo, che possono avvenire all’interno delle mura scolastiche, ma anche per strada, ai danni di coetanei come pure di persone mature e indifese, attuati a livello psicologico o fisico. Più in generale, si tratta del comportamento più atroce e meschino: maltrattare una persona più debole al solo scopo di un infame e momentaneo divertimento personale.
Uno degli ultimi esempi in ordine di tempo è quello del ragazzo di Foggia, che, dopo essere stato per lungo tempo oggetto di pesanti scherzi e soprusi da parte di alcuni giovani del suo rione, all’ultima umiliazione ha deciso di buttarsi sotto un treno. Contattati poi dagli operatori televisivi questi stessi fautori indiretti del suicidio non mostravano il minimo segno di pentimento, rincarando anzi le offese contro la loro vittima, anche dopo la morte.

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