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Chissà cosa ha in serbo per il futuro Roberta Margiotta, ma intanto ecco “Ero feroce in sogno”, la sua prima raccolta di poesie, un lasciapassare verso una verità semplice ed essenziale nella sua crudezza.
Il paesaggio interiore di questa giovane poetessa è sconfinato, selvaggio per intensità, abbagliante per la lealtà con cui si racconta. Un paesaggio abitato da elementi primordiali e creature vivide e pulsanti che attraversano le necessarie mutazioni patite o godute dall’autrice.
Roberta non si nasconde, non indietreggia, al contrario, avanza in una continua esplorazione dell’esistere lasciandosi guidare da sensazioni, pulsioni, ferite reali e simboliche, che diventano lenimento, cura e guarigione, ma solo attraverso la scrittura.
Roberta Margiotta, poco più che ventenne, ha già compreso una verità inviolabile: la scrittura ci è realmente necessaria perché siamo circondati da parole superficiali, artefatte, manipolatorie, che ci impoveriscono e ci inducono a proiettare il nostro corpo e il nostro sentire – per lavoro, per necessità, per abitudine, per timore – dentro a schermi che vorrebbero somigliare alla “vita”, ma non lo sono, distanti anni luce dall’intensità e dalla complessità delle emozioni che ciascuno di noi custodisce o nasconde in sé.
Roberta Margiotta reclama carezze, lamenta ferite, mostra senza esitazioni un corpo affamato di attenzioni e turbamenti necessari a sentirsi vitali, e non semplicemente vivi:
“Qui fuori nevica
dentro pure
e fa troppo freddo per rimanere calmi.”
Nelle pagine di “Ero feroce in sogno” risuonano le figure care ai grandi poeti romantici: la notte, il veleno, il desiderio insaziabile. È un gusto gotico contemporaneo, che evoca atmosfere congeniali a Tim Burton. Ma il bambino Burton si rifugia negli angoli in cui ci sono ancora giocattoli e ricordi infantili, mentre la nostalgia dell’infanzia non protegge e non intrappola Margiotta: lei pretende voluttà e innocenza, delitto e purezza, e sosta senza paura sull’orlo che unisce la verità alla bellezza.
“Sommaria notte e funesta dove nascondi la tua pace?
Sentieri vividi di fango e pietra nutrono la mia carne
con i crescenti passi
delle rovine.”

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