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Controllati, non piangere, non fare scenate, inspira profondamente, conta fino a dieci prima di urlare.
Quante volte da bambini ci siamo sentiti ripetere queste frasi, quando ancora non riuscivamo a padroneggiare le nostre esternazioni?
Quanto abbiamo pianto, ritenendo quella appena subita la più grave di tutte le ingiustizie?
Da adulti, invece, un doveroso autocontrollo ci impedisce di abbandonarci – almeno pubblicamente – a ululati di rabbia, dolore e frustrazione.
Siamo adulti, non si fa.
Ma siamo sicuri che il nostro cuore lo sappia?
A volte no. E sebbene ci sia una certa disapprovazione sociale che si abbatte su chi non riesce a dominare i propri sentimenti, per fortuna c’è anche chi, grazie al potere delle parole offerto dalla letteratura, riesce a concepire un rapporto più onesto con le proprie emozioni.
È il caso di Anita Docile, che in “A volte mi calmo” racconta i sentimenti con una sincerità tanto acuta quanto disarmante, spesso ricorrendo a un’ironia tragicomica per mescolare malinconia e tenerezza per quella parte di sé che vorrebbe solo nascondere il viso tra le mani e proteggersi dal mondo.
La bruttura, la delusione e la disillusione esistono, hanno un peso e un corpo, hanno una superficie che a contatto con la pelle diventa urticante.
Diventa dolore vivo.
Il cuore non è in grado di calmarsi, e Anita Docile ne è consapevole: le emozioni che bisogna fronteggiare all’indomani di una delusione amorosa sono molteplici e vischiose.
Parola dopo parola, l’autrice affronta le emozioni come fossero entità viventi, creature dotate di una vita propria, impossibili da dominare.
Che, però, si possono affrontare a viso aperto, con coraggio e ironia, con determinazione e rispetto di sé.
Ed è con il passare dei giorni che le emozioni, proprio come animali o piante, si lasciano addomesticare, accarezzare, coltivare, e imparano a convivere con ciò che le ha generate, affrancandosi reciprocamente dal dolore e dal senso di impotenza che si provano quando si viene abbandonati.
“Mi hai lasciata come si lasciano gli ombrelli
le sciarpe e i cappelli.
Senza pensarci.
Senza ripensarci.”

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