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Per la nostra rubrica, interamente dedicata a tutti gli scrittori del socio-cosmo, oggi vi presentiamo il testo di Beatrice Eboli.

Continuate ad inviarci le vostre creazioni e noi continueremo a darvi voce!

 

Ti osservo, mentre distrattamente discosti l’angolo del tuo sguardo che fa angolo con il nulla della stanza. Solo il camion del trasloco riempie un silenzio verticale, un rumore di polvere sui mobili. Solo tu, donna condottiera tanto impavida quanto fragile, sei rimasta a chiudere la porta di questa casa.
I figli lontani realizzano i loro sogni, nati sotto un tetto di violenze e nonostante tutto sopravvissuti, mentre un uomo dopo l’altro si è portato via la parte più bella di te, quella voglia di vivere, quell’incidente frontale con l’amore.
Non sei mai stata amata, ti è difficile amare adagio. C’è un’abbondanza che un uomo non sa come abbracciare, c’è una carezza che ancora confondi con uno schiaffo. Ma bambina mia non è colpa tua, non lo è mai stata.
Così rimani in silenzio, sola, ma io che sono tua madre lo so. Lo so che le tue ciglia sono conchiglie nere fatte apposta per catturare la pioggia. Folte e arcuate tradiscono la finta maniera discreta con cui guardi il mondo.
Le tue ciglia sanno che senti e vedi molto di più di quello che fai credere. Le tue ciglia mostrano, a chi si ferma a guardarle, che sei un bacino di acqua gelata, dove si può avventurare solo chi non ha paura di congelare prima di arrivare sul fondo dove nascono le perle.

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