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Per la nostra rubrica, interamente dedicata a tutti gli scrittori del socio-cosmo, oggi vi presentiamo il testo di Michele Vaccaro.

Continuate ad inviarci le vostre creazioni e noi continueremo a darvi voce!

 

Kebab Blues

Salvatore e Amina, quindici e tredici anni, lui napoletano e lei siriana, si guardano con stupore, come se si fossero già conosciuti in un’altra vita.

Si sono incontrati. Come un peccato e un peccatore.

La luna splende sghemba sul niente sottostante.

Quel quartiere di periferia, dove i sogni non hanno diritto di cittadinanza, per loro è diventato all’improvviso Parigi, Londra, New York, Los Angeles, Madrid.

“Ti andrebbe un kebab?” dice Salvatore, rivolto ad Amina.

“Sì,” risponde lei, con un filo di voce. Poi si allontanano dallo sterrato con dietro i profili dei palazzoni dell’Ina Case, prendono un bus e arrivano in città.

Nel piccolo locale lui ordina due dürüm. “È buono?” le chiede.

“Si,” risponde lei. Poi continua a mangiare e piange piano, con le lacrime che scivolano sulla tovaglia a quadretti del tavolo e inondano le briciole del panino.

“Che hai?” “Niente. Sono felice. Felice e triste allo stesso momento.”

Lui la fissa per un tempo che sembra interminabile. Poi le prende le mani, le stringe. Lei solleva lo sguardo e incontra il suo. Si sorridono.

Fuori, i rumori ovattati del mondo che continua a girare indifferente.

Dentro, due adolescenti timidi stanno suonando il loro Kebab Blues.

 

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