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Nella storia della letteratura dei vari paesi si trova sempre un autore che, sopra tutti gli altri, viene percepito come lo scrittore nazionale più rappresentativo. Se si va a guardare, per uno strano paradosso, ciò avviene solitamente con l’autore che meno di tutti i suoi colleghi rappresenta lo spirito del popolo cui appartiene.
Vale per William Shakespeare, per esempio: una penna immensa, ricca di sfumature vivacissime, sanguigne, scoppiettanti, passionali, fantasmagoriche che curiosamente è stata eletta a proprio simbolo da una nazione storicamente contraddistinta da pragmatismo e understatement.
Melville, scrittore dallo stile elegante e barocco, il cui suggestivo immaginario è spesso permeato di riflessioni di carattere metafisico, è diventato il campione letterario degli Stati Uniti d’America, che rappresentano, agli occhi del mondo, la terra della realizzazione personale più spiccia, specialmente da un punto di vista materiale.
Del resto, per quanto riguarda l’Italia, quello che viene considerato il suo nume tutelare è Dante Alighieri, un uomo severo, di una moralità spinta agli eccessi, arcigno, compassato, intransigente. Insomma, l’esatto contrario dell’italiano medio di allora e di oggi. Alla nostra nazione, infatti, il sommo poeta dedicò parole implacabili, definendola serva, “di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”. Un ritrattino che non sembra aver perso attendibilità, nonostante i molti secoli trascorsi.
(Pensierino della notte: devo scrivere tanto, ogni giorno, e leggere molto di più. Pensierino del giorno: non basta avere ispirazione, creatività e talento: per scrivere bene servono anche disciplina, determinazione e allenamento.)
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