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“Io e te.
Noi due.
Te lo ricordi?
Forse no.
Altrimenti saresti qui con me
e non lì con lei.”
Tutti, prima o poi, veniamo lasciati.
È naturale, l’abbandono fa parte della vita come respirare, dormire, sorridere, annoiarsi in fila alle poste.
La fine di un rapporto è una cosa che accomuna l’umanità. E anche se la sensazione di abbandono che proviamo ci fa sentire, nostro malgrado, gli unici al mondo in quella situazione, la verità è un’altra: non siamo i soli a dover fare i conti con un dolore così profondo, potente e desolatamente privato. Ciò che sentiamo è più che intimo, nasce e cresce tra le pieghe più recondite del nostro animo, eppure è identico per chiunque.
Non ci credete? Allora dovreste provare a leggere “A volte mi calmo: ritratti di amore e disamore”, di Anita Docile. Un diario lungo sessantatré giorni per sopravvivere a un doloroso abbandono, quando le domande pulsano ossessive nella mente e gli oggetti sparsi per casa diventano un simulacro di quell’amore che non ci si rassegna di aver perduto.
Un racconto suggestivo e leale, per superare il terrore della vita che pare essersi capovolta, lasciandoci indifesi dinanzi alle nostre emozioni amplificate, alterate, tristemente altalenanti, e impreparati a “dovere” affrontare la solitudine.
Perché Anita Docile lo sa, il centro dello sgomento che continua a crescere dentro di noi è racchiuso tutto in quel “dovere”: non abbiamo scelto di essere soli, siamo stati lasciati. Non abbiamo deciso di interrompere il nostro sentimento d’amore, ci è stato sottratto, all’improvviso, contro il nostro volere.
E adesso non ci resta che “dovere”: dover dimenticare i sentimenti, dover cancellare il ricordo dei nostri corpi abbracciati, dover scacciare il profumo della sua pelle, dover sforzarsi di essere forti quando non vorremmo altro che implorare di poter tornare indietro, a quei primi giorni, a quei mesi di amore assoluto.
Anita Docile lo sa: per superare il dolore e la solitudine bisogna saper vedere. Bisogna trovare il modo per capire, non le altrui emozioni, ma le proprie. Che non sono mai esattamente come crediamo.
Perché solo partendo dalle proprie “granitiche fragilità” si può diventare forti.

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