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“Il campanile vicino ha già suonato i dodici tocchi, quando qualcuno dei gestori della comunità è entrato in camerata, si è avvicinato alla sua branda, l’ha svegliata, le ha detto di lavarsi la faccia e buttarsi qualcosa addosso, l’ha portata fuori, sino al cancello, l’ha sospinta leggermente sulla schiena: ‘Go away!’ le ha sussurrato con tono perentorio.”
Oggi ricorre la Giornata mondiale contro il lavoro minorile. Da cosa è fuggita Oiza, la ragazzina africana protagonista di un racconto che trovate nella raccolta di P.G. Daniel “I confini del male”?
È una dei tanti bambini africani sfruttati nelle miniere di coltan o nella raccolta dei rifiuti?
Non lo sappiamo. L’autore non ce lo dice. Quello che ci dice è che Oiza è arrivata da sola. Senza genitori, senza fratelli. Dopo essere presumibilmente sopravvissuta alla traversata del Mediterraneo è sbarcata in Italia senza alcun appiglio.
È stata presa e collocata a chilometri di distanza, nel primo centro di accoglienza disponibile. Non una sede istituzionale, ma uno di quei centri d’accoglienza privati disseminati per l’intero territorio nazionale, spesso improvvisati da un giorno all’altro al solo scopo di percepire i contributi statali.
Nel racconto assistiamo al momento in cui la ragazzina, nel cuore della notte, viene sbattuta fuori dalla comunità, per fare spazio ad altri profughi e a nuove sovvenzioni, da persone che indossano una maschera caritatevole per coprire l’impietosa ricerca di denaro facile.
Il racconto è opera di fantasia, ma i particolari sono presi di peso dalla cronaca e dagli accertamenti giudiziari.
È questo il meccanismo che sta alla base del libro di P.G. Daniel, il cui intento è quello di dare voce alle tante vittime di sopraffazioni e violenze che vivono tra noi come fantasmi, senza che neppure ci accorgiamo della loro esistenza, almeno finché non diventano protagonisti di cronaca nera.
Un libro non può cambiare le cose, non ne ha la forza. Può tentare di informare però, e creare una maggiore sensibilità e coscienza collettiva su certi temi, cercando di porsi dalla parte di quegli “ultimi” che quasi sempre non hanno né ruolo né mezzi per denunciare la loro storia.

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