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Un agente di pubblica sicurezza è chiamato a prestare servizio e soccorso a tutti i cittadini, senza consentirsi il lusso di poter spendere personali giudizi morali su chi deve aiutare.
Da questo punto di vista, una persona abbiente o che goda di un ruolo sociale affermato deve equivalere a un tossicodipendente o a un ubriaco.
Questo ovviamente sulla carta.
Quante volte invece abbiamo letto di trattamenti diametralmente opposti a seconda di chi fosse la persona da assistere?
Anzi, troppo spesso, coloro a cui viene richiesto di tutelare e preservare la salute e l’integrità di un comune cittadino si sentono in dovere di rivolgere contro di lui una giustizia sommaria dettata dallo stato di difficoltà in cui quest’ultimo versa.
Sembra un paradosso: più il soggetto è in evidente difficoltà, più il tutore dell’ordine di turno si ritiene legittimato ad accanirsi contro di lui.
Il racconto “Abdul”, tratto dalla raccolta “I confini del male” scritta da P.G. Daniel e pubblicata da Pop Edizioni, riporta con assoluto realismo l’abuso di chi indossa una divisa e si sente libero di fare del male a una persona innocua, la cui unica colpa è quella di essere afflitta da una dipendenza socialmente inaccettabile.

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