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La settimana scorsa questa rubrica si è occupata dei primi documenti in lingua italiana, stavolta segnaleremo i primi testi letterari scritti in quel volgare da cui il nostro attuale idioma trae origine.
Tutti riconoscono all’italiano un suono dolce e, in qualche modo, già predisposto alla poesia. Ed è proprio in questo campo che ci dobbiamo muovere per rintracciare le prime testimonianze testuali, come il celebre “Contrasto” di Cielo d’Alcamo, o Ciullo, come preferiva chiamarlo Dario Fo.
Si tratta del dialogo in rima tra uno spasimante e una donna che si mostra refrattaria. Il linguaggio è già pienamente comprensibile: “Rosa fresca aulentissima ch’apari inver’ la state, le donne ti disiano, pulzell’ e maritate”. Questo dimostra che la culla della nostra lingua non fosse Firenze, bensì la corte federiciana in Sicilia.
Altri componimenti che per primi abbiano conferito dignità letteraria alla lingua comunemente parlata dal volgo sono i cosiddetti “Ritmi”: canovacci redatti per supportare le performance dei giullari, di corte o di piazza che fossero.
C’è il “Ritmo laurenziano” (1151 circa) in cui l’autore chiede al Vescovo di Pisa il dono di un cavallo, o il “Ritmo su Sant’Alessio” e il “Ritmo cassinese”, entrambi di provenienza benedettina, che rappresentano l’adozione da parte delle frange più povere del clero degli stilemi giullareschi con l’intenzione di divulgare episodi religiosi.
In questo ambito si iscrive non di meno il “Cantico delle creature” di San Francesco d’Assisi.
(Pensierino della notte: devo scrivere tanto, ogni giorno, e leggere molto di più. Pensierino del giorno: non basta avere ispirazione, creatività e talento: per scrivere bene servono anche disciplina, determinazione e allenamento.)
Siamo una casa editrice NON A PAGAMENTO, perciò investiamo i nostri soldi, lavoro e competenze solo per pubblicare libri di cui ci innamoriamo. Se siete degli scrittori meravigliosi, potete inviare i vostri testi, in formato word o pdf, a pubblicazione@popedizioni.it Ma prima rileggeteli, valutateli e correggeteli con onestà, generosità e rigore. E ricordate che i refusi non sono una disattenzione, sono una perversione. Grazie.

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