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Parlare di una violenza è sempre terribilmente doloroso per chi l’ha subita: la vergogna, il senso di colpa per non aver reagito, la paura del giudizio altrui diventano un’arma affilata da rivolgere contro se stessi: per punirsi, per non permettere alla ferita di rimarginarsi.
Perché la rabbia e il dolore diventano impossibili da contenere.
Quasi sempre servono tempo e coraggio per riuscire a parlarne e chiedere aiuto. Ma in alcuni Paesi la situazione è ben peggiore perché le donne sono abituate a tacere.
Un silenzio che deriva da tradizioni secolari, come spiega l’autrice italo-egiziana J.H. Yasmin, che nella sua raccolta di racconti “La mia patria sono io” dà voce alle storie vere di dodici donne, mogli, figlie e madri egiziane per cui la libertà di espressione è un miraggio.
Parlare liberamente è impensabile, soprattutto se si è vittime di violenza in famiglia, come accaduto a Miriam, la protagonista di uno di questi racconti, che vorrebbe urlare per il dolore e la rabbia, ma non può fare altro che tacere.
Miriam, con il sostegno dell’autrice, però trova il coraggio di infrangere quel muro di silenzio e si confida senza omettere nulla, affidando la propria storia a questo libro, consapevole dei rischi che si corrono a raccontare la verità.
Come accaduto a Deborah, alcuni giorni fa, che è stata lapidata e bruciata in Nigeria.
La sua colpa?
Un commento audio su Whatsapp ritenuto offensivo da alcuni uomini.
Riusciamo a immaginare che cosa significhi rischiare la vita per poter parlare?

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