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Il campo per detenuti di Guantanamo a Cuba è stato voluto dal Presidente americano George W. Bush per incarcerare i terroristi e i sospettati di aggregazioni terroristiche.
Mustafa al-Aziz al-Shamiri è nato in Yemen, partecipa alla guerra in Bosnia nel 1995 e combatte con i talebani in Afghanistan, ma non è responsabile dell’attentato terroristico avvenuto il 12 ottobre 2000 nel porto di Aden in Yemen.
Gli Stati Uniti, a causa di uno scambio di identità, lo incolpano e incarcerano.
Shamiri sconta 13 anni e mezzo in prigione accusato di un reato che non ha commesso.
Certo, non basta professarsi innocenti per dimostrare di esserlo. Ma talvolta la presunzione di innocenza di cui qualunque imputato dovrebbe godere si riduce a un concetto astratto.
Gli Stati Uniti infine lo rilasciano ammettendo l’errore.
A volte si viene accusati, additati e fraintesi ingiustamente. Ci vengono addossate responsabilità a cui siamo del tutto estranei.
Accade nelle piccole realtà quotidiane, nel ristretto mondo di casa e lavoro.
E accade in ambiti più ampi, di tribunali, distretti e servizi segreti in cui la posta in gioco è la vita, la libertà, la fedina penale.
La giustizia è una virtù del genere umano, stabilita secondo leggi ideate dal genere umano. Come tale è inevitabilmente imperfetta.
Talvolta si cerca di porre rimedio, ma le conseguenze sono spesso irreparabili.
Shamiri non avrà più indietro i 13 anni trascorsi a Guantanamo. Sono stati accartocciati e gettati via.
In compenso, un colpevole è rimasto libero e impunito.

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